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Il PALERMO che sfiorò la CHAMPIONS ||| Una STAGIONE da DIO

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Il PALERMO che sfiorò la CHAMPIONS ||| Una STAGIONE da DIO

Ho due amici tifosi del Palermo che non si conoscono tra di loro. Uno è di Trapani, lavora per una compagnia di assicurazioni e da due anni è tornato a vivere in Sicilia. L’altro è di Caltanissetta e per i casi della vita è un dirigente dell’Atletico Madrid. Quando ho chiesto il primo ricordo che veniva loro in mente a proposito della stagione 2009-10 del Palermo, mi hanno dato la stessa risposta: lo stesso giorno, la stessa azione, lo stesso minuto.

Ma detta così a bruciapelo non farebbe lo stesso effetto. Bisogna andare con ordine e partire dall’inizio, e nemmeno da Palermo. Da duecento chilometri più a Est: da Catania, dove il 24 maggio 2009 Walter Zenga ha annunciato che lascerà la squadra dopo aver fatto il record di punti in serie A. “Non ho contatti con nessun’altra società”, giura alla RAI l’ex Uomo Ragno dopo la partita dell’addio contro il Napoli; ma dopo due settimane si accasa a sorpresa al Palermo, con un blitz di Zamparini che lo soffia alla Lazio. Nessuno è troppo contento: né i catanesi che si sentono traditi, né i palermitani che sognavano Delio Rossi, fresco di coppa Italia vinta proprio alla Lazio. Va detto che Zenga non fa moltissimo per tenere il basso profilo fin dalla conferenza di presentazione: “Io voglio puntare in alto. Io voglio vincere il campionato e i miei giocatori saranno mentalizzati per vincere il campionato”. Con il tempo Zenga proverà a spiegarsi, chiarirà che intendeva dire che voleva una squadra che giocasse per vincere tutte le partite, e quindi vincere il campionato… Ma detta così, sinceramente, non suona benissimo: migliaia di tifosi e detrattori si salvano il video tra i Preferiti, pronti a tirarlo fuori alla prima sconfitta.

Nei cinque anni consecutivi di serie A da quando la società è stata acquistata da Maurizio Zamparini, Palermo si è abituata bene, sfiorando la qualificazione in Champions ai primi tre colpi (sesti nel 2005, quinti nel 2006 e 2007) e vivendo come una delusione gli anonimi campionati a metà classifica del 2008 e del 2009. Da Palermo sono passati campioni del mondo come Barzagli, Grosso, Zaccardo e Luca Toni, poi ceduto alla Fiorentina e fischiatissimo dal Barbera quando ci è tornato con la Nazionale. Nell’estate 2009 la rosa è giovane e ricchissima di talento in ogni reparto, ma l’uomo che arriva da Còrdoba è forse per prospettiva il più forte di tutti: Javier Pastore, “el Flaco”. Parafrasando la celebre definizione che l’Avvocato Agnelli aveva dato di Omar Sivori mezzo secolo prima: più che un fuoriclasse, è un vizio. Oppure, come dirà il ct della Nazionale Argentina Diego Armando Maradona: “un maleducato del calcio, che tocca la palla come se avesse già giocato quattro o cinque Mondiali in carriera”. Ha vent’anni, ha quasi trascinato l’Huracan al titolo di Clausura 2009 e naturalmente non poteva passare inosservato al direttore sportivo italiano più sensibile al vizio: Walter Sabatini, che ha trascorso un mese in Argentina bruciando non solo Marlboro su Marlboro ma anche la concorrenza del Manchester United e del Villarreal (dove gioca il suo idolo Riquelme) pagandolo 6 milioni e mezzo. Arriva da noi praticamente sconosciuto, e stimola più che altro i giochi di parole degli spiritosi a proposito dell’accoppiata cinofila a centrocampo: Pastore-Tedesco… Raggiunge la squadra a metà luglio, già nel ritiro austriaco di Bad Kleinkirchheim, è ancora stanco per il lungo viaggio ma Zamparini vuole vederlo all’opera almeno per venti minuti, nell’amichevole contro il Villach, il 19 luglio 2009. Primo pallone: stop e tunnel d’esterno con palla in profondità per Miccoli. Sabatini in tribuna si volta verso Zamparini e lo vede con gli occhi lucidi: “Presidente, che succede?”. “Mi sono commosso”.

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